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La gioia di scrivere

Avevo circa 12 anni quando cominciai a desiderare di fare la giornalista, manco lo so da dove viene questo desiderio ma mi spuntò dentro come un fungo: mi scrissi al liceo classico per imparare a scrivere.

 

Le storie mi lievitavano nella testa: mi piaceva guardare le persone e immaginarne la vita, mi piaceva viaggiare in treno e buttare un istante l’occhio nelle finestre illuminate e costruire vite dietro ogni luce.

 

Non era arte, era un bisogno. Forse qualcosa vicino al desiderio di sapere che esistono vite felici da qualche parte, da poter invidiare, a cui poter tendere.

 

La mia vita non era semplicemente infelice, aveva un grande buco nero al centro che sembrava mangiare ogni cosa, solo le storie parevano resistere a quel buco nero.

 

Allora immaginavo. Chissà forse la mia immaginazione ha aperto la strada alla speranza, non so.

 

Le storie mi si gonfiavano nella testa, l’abitavano, a volte si mescolavano e poi svanivano mentre già ne erano nate altre.

In realtà non erano storie, erano più precisamente personaggi che incarnavano pensieri, i pensieri svolgevano emozioni che così facevano meno paura.

 

Un giorno decisi che bisognava cominciare a scrivere, che se volevo diventare scrittrice dovevo catturare sulla carta le storie prima che evaporassero.

 

Le prime storie le ho scritte su una olivetti rossa che mi aveva comprato mio padre.

 

Erano pensieri che si incarnavano e diventavano un personaggio e a volte una storia.

 

Man mano che scrivevo scoprii che la scrittura sana, guarisce: le storie non solo avevano il potere di resistere al buco nero, ma ogni volta che scrivevo una storia, era come se un pensiero tossico perdesse forza, le parole ingabbiavano la paura, quasi gli facevano un sortilegio e quella perdeva potere.

 

Quando ho avuto il mio computer ho scritto la mia prima raccolta: si chiama “navi e tele” ogni racconto un nome, ogni nome un cruccio, un dolore: il titolo e riferito a Penelope ed Ulisse e dentro c’è il cuore di alcune donne e quello di alcuni uomini, ho curato personalmente il disegno delle copertine: ne esiste in tutto il mondo una  sola fantastica copia!!

 

In quel periodo quando qualcosa mi scalciava dentro, accendevo lo schermo e lo buttavo giù e poi gli davo un nome. L’atto di dare il nome era come domare la belva, ammaestrare la fiera e non esserne più ferita.

 

Poi è arrivato facebook: era il posto giusto per me, la scoperta è stata che quello che scrivevo per guarire me stessa raggiungeva anche gli altri, li toccava, li guariva a loro volta: un miracolo bellissimo questo sfiorarsi da lontano. Sono nati così due libri che sono stati pubblicati e vanno da soli in giro per il mondo.

 

Poi ho smesso di scrivere, se dovessi dire il perché, di fondo è perché mi sono stancata di mostrarmi sui social, forse è come se avessi realizzato che quello che mi si muove dentro ha bisogno di maggior rispetto, non si merita di essere fissato su una bacheca.

 

 

Da qualche parte credo di stare coltivando una storia, certi giorni penso che dovrei iniziare a scriverla così da capire cos’è, ma poi non inizio, non so bene il perché. So che verrà il tempo e la butterò fuori, sono molto curiosa di leggerla, di sapere di cosa parla!
Annalisa D'Amora
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