10 ottobre 2026
FESTA DELL’INCORONATA
Lettera a Maria
Carissima Maria,
come un figlio ti raggiungo, stasera, nella certezza di essere accolto. La tua proverbiale devozione ai sacerdoti mi incoraggia ad aprire il cuore a nome dell’intera Comunità qui riunita, che tu hai amato da sempre, servendola con mitezza e coraggio. Mi pare di intuire la tua presenza in mezzo a noi, ogni volta che varco il cancello d’ingresso del viale di ortensie, col tuo abito azzurro e il sorriso inconfondibile e l’aria trasognata di chi si fa piccolo per abbattere ogni distanza e imbarazzo. Maria, come un figlio ti scrivo stasera a nome dei fedeli del santuario, della Parrocchia di San Leone, della città, della Diocesi intera.
La Liturgia della Parola di questa domenica ha il tono della festa, quello che più ti si addiceva. Un banchetto di grasse vivande, una tavola imbandita: ecco la fede secondo Gesù e secondo te, secondo il cuore del Padre che ci invita ancora e sempre a rispondere alla sua chiamata: non è un pesante sacrificio la vita ma una festa nuziale per coloro che Egli ama.
E quella città collocata sul monte, dipinta dal profeta tra le ombre di un mondo grigio e la luce di una casa piena di amore, è la città santa. È la Gerusalemme terrena, Jeru’ Shalàim, città della Pace ove manca l’armonia tra gli uomini, su cui tuttavia si è posato il sangue di Gesù, il Re della Pace. Ma quella città sul monte è al tempo stesso la Gerusalemme del Cielo, quella che ora vivi e da cui intercedi in favore dei piccoli, implorando il dono mai sufficientemente apprezzato dell’unità, della convivialità dei sentimenti, della vita che – donata e condivisa – si fa rigogliosa come un olivo, festosa come un banchetto. Quella città è anche questo tempio, e tu ce lo hai insegnato: questo tempio fatto di pietre vive e preziose, questo tempio bello nella sua visibilità esteriore (marmi, stucchi, ori e argenti), ma ancor più attraente nella sua lucentezza interiore: nel cuore di questo Santuario, di questa Comunità di fedeli che è la nostra chiesa pulsa il sangue di Gesù: lo stesso amore che lega il Padre e il Figlio legherà anche noi, ancora una volta, mangiando lo stesso pane spezzato per tutti. Ogni nostra fatica nella comunione è Dio che la ricompone, concimando i nostri rapporti di Misericordia, rizollando i nostri ambienti con la Croce, bagnando ogni giorno, senza sosta – come la pioggia e la neve – i nostri pensieri per mezzo della Parola che ci viene regalata.
Maria, piccola Maria, sorriso di Dio, in questi anni abbiamo avvertito l‘urto delle asperità che il tempo ci ha posto dinanzi e siamo inciampati innumerevoli volte: dopo il Covid, dopo che molti nostri fratelli e amici son partiti per l’eternità (penso a Biagio Galizia, in particolare, che volò in cielo pochi giorni che noi due ci conoscessimo), dopo le ennesime guerre scoppiate per il mondo, con le incertezze del vivere quotidiano – così frenetico e ansioso -, questa città collocata sul monte ha rischiato di restare deserta. Tanti sono scappati.
Molti si son lasciati prendere dagli affanni o dagli affari. La paura di non farcela ha ripiegato tantissimi su di sé, sul bisogno momentaneo, sul proprio “io” da proteggere come se fosse un diamante inestimabile, dimenticando di essere incastonati già, da sempre, come pietre preziose in un orizzonte più largo, in questa città sul monte che è la chiesa, il sogno di Dio per gli uomini: vivere insieme, vivere come fratelli. Vivere in funzione e in vista dell’incontro con gli altri.
Non ci scoraggiamo, però, non sia mai! La tristezza è un’arma del nemico e tu ci hai insegnato a scacciarla via con la tenacia di un bimbo che si fida ancora e ancora, nonostante le possibili avversità d’intorno. Cos’hai fatto tu, nei tuoi anni in mezzo a noi, se non invitare tutti, proprio tutti quanti, al banchetto di nozze del Figlio? Sei stata come una messaggera: più che messo celeste, postina ostinata che sino alla fine, per ogni angolo di questo pezzo di mondo, ha tentato di coinvolgere chiunque, bambino o vecchio, vicino o lontano. Come dimenticare la tombola ad agosto, nel tuo cortile. E le cene saporite, e un buon bicchiere di vino a cui moltissimi (ogni sorta di umanità!) han potuto ristorarsi. Casa tua era una locanda, simile a quella di Emmaus, in cui si spezzava senza sosta il pane dell’amicizia. Casa tua era ogni casa in cui entravi, per porgere il segno della Comunione ai più fragili. Casa tua era ogni chiesa, questo santuario che amavi, San Vito la domenica mattina, la chiesa in piazza: il banchetto eucaristico era per te sempre, anche nel giorno di pioggia più grigio d’inverno, una festa nuziale a cui ti sentivi di invitare i fratelli. Col sorriso. E il tuo abito azzurro.
Cara Maria, ti prego, aiutaci a mettere piede in ogni casa che visiteremo e in ogni chiesa che frequenteremo come hai fatto tu: col sorriso di chi è stato invitato senza merito alcuno, solo per amore, solo per un dono, solo per la gioia di condividere quel po’ che si ha e che si è, vedendolo poi moltiplicarsi tra le mani di Gesù e della chiesa. Ti prego, Maria, come si prega un genitore quando i figli hanno paura: ricordaci di superare la soglia del cuore degli altri indossando l’abito nuziale. E quale sarebbe quest’abito? Non una veste, non un titolo, non un rivestimento superfluo, non una corazza, non una campana di vetro ma la nostra stessa pelle, l’umanità, la stessa che ci hai mostrato tu e che amiamo ri-conoscere in Gesù, sposo della nostra vita. Da pelle a pelle, da uomo a uomo, da carne a carne, dalla vita mia alla vita del fratello: permettici di entrare così a far festa, autenticamente, trasparenti, semplici come colombe.
Ti chiedo di accompagnare don Salvatore nel servizio che il Vescovo gli ha chiesto di svolgere qui vicino, nella sua amata Casola. E accompagna anche me perché possa essere come lui, piccolo, più piccolo, e non nella statura ma nel desiderio di accogliere tutti lasciando spazio e cedendo il passo, aspettando chi va a rilento. Accompagna la fede che in questo Santuario si respira, custodiscila come una fiammella: quando tutto intorno si fa buio, ricordaci della luce mite e forte che la fede ci permette di avere tra le mani. Sorridi, ama, cammina, esulta, mettiti a servizio in ciascuno di noi. E tiraci le orecchie quando ci facciamo scuri in volto.
Cara Maria (del Sorbo), raccontaci di Maria, la Madre, perché possiamo generare suo Figlio anche noi, nella nostra piccola e povera vita. Come hai fatto tu.
