Ci sono serate che non finiscono quando si spengono le luci.
Restano addosso. Lavorano dentro. Continuano a fare domande.
L’incontro di domenica sera è stato così: un tempo denso, autentico, a tratti disarmante. Un tempo nel quale molti di noi si sono sentiti guardati dentro, senza sconti ma con rispetto. Non giudicati, ma accompagnati.
La partecipazione straordinaria, che ci ha sinceramente commossi, è il segno evidente di un bisogno reale e condiviso: fermarsi, ascoltarsi, provare a rimettere al centro il dialogo, quello più bello e più faticoso, tra genitori e figli.
Quando l’ansia prende la parola.
Don Alfonso De Gregorio, psicologo e parroco, ha aperto la serata con un gesto semplice: un breve video, guardato in silenzio. Un bambino, un piccolo incidente, nulla di realmente pericoloso. Eppure, le parole emerse subito dopo raccontavano tutt’altro: ansia, paura, sgomento, preoccupazione.
Emozioni forti, quasi automatiche.
Emozioni che molti adulti riconoscono come proprie.
E allora la domanda, inevitabile, è arrivata: quanto la nostra percezione del pericolo è diversa da quella dei nostri figli? E soprattutto, da dove nasce questa distanza?
La generazione ansiosa (e gli adulti che la abitano)
I dati scientifici parlano chiaro: a partire dal 2010 ansia, depressione, disturbi dell’attenzione e del comportamento alimentare sono cresciuti in modo impressionante tra adolescenti e giovani adulti. Non si tratta di sensazioni, ma di numeri.
Eppure, i ragazzi che definiamo “ansiosi” sono spesso gli stessi che cercano il rischio, l’adrenalina, il limite. Una contraddizione solo apparente, che trova senso se torniamo alle fondamenta: le emozioni.
Le emozioni non sono il problema
La paura, ci ricorda la psicologia, non è un difetto da correggere. È una risorsa evolutiva. Serve a proteggerci, a metterci in allerta, a farci sopravvivere. È rapida, automatica, corporea. Non passa dalla ragione, ma dal corpo.
Il problema nasce quando non sappiamo più riconoscerla, né in noi né nei nostri figli. Quando l’ansia diventa qualcosa da spegnere in fretta, invece che da ascoltare. Quando manca quello sguardo capace di dire: “Ti vedo. Quello che provi ha un senso.”
La competenza emotiva: una responsabilità adulta
Uno dei passaggi più forti della serata è stato questo: non si tratta di colpe, ma di competenze da costruire. Essere genitori ed educatori oggi significa sviluppare una vera competenza emotiva: saper riconoscere, accogliere e accompagnare le emozioni. Non eliminarle. Non minimizzarle. Non averne paura.
Un ragazzo che va in panico non è “debole”. Il suo corpo sta facendo esattamente ciò per cui è programmato: reagire. Ha bisogno di adulti che restino, che tengano, che non scappino davanti alla sua paura.
Amici o nemici?
Alla fine, la domanda che dà titolo alla serata trova una risposta meno netta di quanto sembri.
Genitori e figli non sono amici, ma nemmeno nemici.
Sono compagni di strada, chiamati a rimettersi in cammino insieme. Gli adulti non hanno tutte le risposte, ma hanno una responsabilità decisiva: essere presenza sicura, sguardo che accompagna, base da cui partire.
Perché un figlio che si sente visto è un figlio che può affrontare il mondo, anche quello complesso, veloce, a volte spaventoso, senza sentirsi solo.
Camminare insieme, senza esclusioni
La grande affluenza di domenica sera ci ha confermato che questo cammino è necessario. Proprio per questo sentiamo il dovere di chiedere scusa a chi non ha trovato posto o è rimasto in piedi: la risposta è stata più grande dello spazio.
Una risposta che accogliamo con gratitudine e responsabilità.
Ma c’è una novità: per permettere a tutti di continuare questo percorso, grazie alla generosa disponibilità della Dirigente Scolastica Angela Renis, che ringraziamo di cuore, i prossimi incontri del percorso “Il gusto della vita” si terranno nell’Aula Magna del plesso Roncalli: uno spazio più ampio, capace di accogliere senza esclusioni il desiderio di crescere insieme.
Perché educare, oggi, è questo: rimettersi in cammino. Insieme.
