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Che adulti vogliamo essere? Incontro 28 giugno 2026

Nel quinto appuntamento del percorso “In Con Tra”, una riflessione sul ruolo educativo degli adulti, tra ascolto, responsabilità e fiducia nelle nuove generazioni

Ho sempre creduto nel valore dell’ascolto e del confronto per la mia crescita, personale e lavorativa.

 

E l’incontro del 28 giugno al chiostro, sul tema “Quali adulti per quali giovani?” mi ha ribadito quanto certe occasioni siano indispensabili. Sì, indispensabili, perché essere genitore o educatore è un percorso di formazione continua, in cui ogni giorno ci si rimette in discussione.

 

Troppo spesso, anche in ambito scolastico, mi capita di sentire frasi del tipo “ormai, a questi ragazzi di oggi non importa niente”, “questi ragazzi non hanno valori”, e tante altre dello stesso tenore: ma è davvero così? Per molti adulti sì, del resto è più facile additare le responsabilità altrui che non chiedersi cosa si stia consegnando con il proprio esempio o fare qualcosa di concreto.

 

Durante la serata di domenica 28 giugno, don Paolo ci ha guidati in una riflessione proprio sul nostro essere adulti partendo da una provocazione: Siamo sicuri di conoscere i “nostri” ragazzi?Sembrerebbe di sì, perché nella società mediatica e pervasa dalla tecnologia in cui viviamo hanno tanta risonanza i fatti negativi che li vedono protagonisti e che suscitano condanna e indignazione, ma dovrebbero anche invitarci alla riflessione: perché accadono?

 

Mi hanno colpito molto due delle immagini proposte da don Paolo durante l’incontro: la prima è quella di una diga che contiene un fiume. Quotidianamente a scuola mi capita di relazionarmi con genitori, spesso “millenials” come me, pronti a giustificare ogni comportamento del proprio figlio, ad anticiparlo nelle risposte e spianargli la strada: ma è davvero questo che ci chiedono i ragazzi? La diga è la metafora dell’argine che noi insegnanti (e quindi innanzitutto educatori) e genitori dovremmo dare, un limite, un contenimento che dica “sono qui, pronto ad accoglierti e contenerti, a dire no se necessario”.

 

La seconda immagine è quella che tutti abbiamo visto durante le olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026: Ilia Malinin, campione statunitense del pattinaggio di figura, ha un cedimento durante la sua esibizione e il padre, suo allenatore, non lo guarda, non gli rivolge una parola, ma è disperato perché il figlio non ha eseguito perfettamente il suo numero. Di quante aspettative carichiamo i nostri giovani, aspettative che magari non sono le loro, ma le nostre! Quanto è difficile a scuola spiegare ai ragazzi (e ai genitori) che un errore non li definisce, ma è qualcosa da cui imparare per crescere, non un fallimento, e quante volte i ragazzi hanno paura di deludere mamma e papà…

 

Forse noi adulti abbiamo perso la capacità di stupirci, di guardare alla bellezza che abbiamo intorno, e i ragazzi sono capaci di tanta bellezza, quando con curiosità si lanciano in un nuovo progetto, quando si prendono cura degli altri in parrocchia o nel volontariato, soprattutto quando li guidiamo e crediamo in loro.

 

E noi abbiamo smesso di vederli, e di vedere che il mondo attorno a noi cambia e non ci permette di adagiarci nelle confortevoli certezze del “si è sempre fatto così”, “ai miei tempi c’erano più valori”.

 

Ad un certo punto don Paolo ci ha proposto un test, dal quale è emerso che molti di noi si sentono in ricerca, osservano i ragazzi e si domandano il perché delle cose, ma c’è anche un certo senso di colpa della nostra generazione che si sente responsabile di quanto accade oggi. Cosa possiamo fare?

 

“L’educazione è cosa di cuore” diceva don Bosco, perché non c’è apprendimento o crescita personale senza ascolto, senza relazione: noi genitori/educatori siamo in cammino, e la possibilità che ci offrono questi incontri è un dono da accogliere e far fruttare. Nel confronto si cresce, e insieme si costruisce.  

Carla Venere
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