_Caregiver_ = chiunque si prenda cura di un altro.
Tendenzialmente assumono questa posizione i genitori, con i quali noi figli instauriamo un tipo di attaccamento che si evolverà poi nelle nostre relazioni future.
Quando questo attaccamento è però insicuro, può una persona trovare lungo il suo cammino altri che si prendano cura di lui? Può una nuova figura aiutarmi a rigenerare il mio attaccamento insicuro in vista di nuove relazioni?
La mia risposta è si!
Chi vive un tipo di attaccamento insicuro e sente un senso di non amore, di non cura, è come se ogni giorno venisse di nuovo al mondo, per cercare uno sguardo che lo faccia sentire visto. Suona come un ossimoro, ma é così: lungo il nostro cammino troviamo persone che iniziano a svezzarci, di nuovo, come si fa con un neonato. Ci fanno assaporare tutto quello di cui abbiamo bisogno per poter vivere – e non sopravvivere -, ci fanno conoscere tutto quello di cui il nostro organismo ha bisogno per poter fare i conti con la vita.
Questo però non accade sempre, è la “fortuna di pochi” e in questi mesi, in questa realtà ne abbiamo abbondantemente fatto esperienza.
A questo punto mi chiedo: una persona che vive un tipo di attaccamento insicuro riuscirà a trovare un posto/persona dove sentirsi accolto? Oppure si accontenterà di pensare ad altro, convinto di non meritare amore, cercando punti di distrazione come ludopatia, pornografia, dipendenza da sostanze? C’é bisogno per forza di essere già parte di un contesto che adoperi cura per essere curato? Oppure possiamo fare noi qualcosa?
Sarebbe bello trovare una risposta certa a tutte queste domande retoriche, forse però è il caso di agire.
Genitori, educatori, preti, insegnanti, animatori, dovremmo tutti iniziare a mettere le mani in pasta, invece di stare sempre a ricordare che “le generazioni sono diverse”, e che “i giovani di oggi non sono più come quelli di una volta”.
Don Milani diceva che non si possono fare parti uguali fra i disuguali, eppure mi sembra che noi tutti continuiamo a farlo.
