Educare alla libertà, riconoscere le dipendenze
Il secondo incontro del percorso “Il gusto della vita”, svoltosi il 1° marzo, ci ha consegnato una parola esigente e necessaria: libertà.
A guidare la riflessione è stata la dott.ssa Alessandra Rosa Rosa, che ha accompagnato genitori, educatori e adulti in un tema delicato quanto urgente: comprendere cosa sono davvero le dipendenze, come nascono e in che modo possiamo aiutare i più giovani a non smarrire la strada verso una vita libera.
Fin dalle prime battute, l’incontro ha spostato lo sguardo da una lettura superficiale del problema a una più profonda. Le dipendenze, infatti, non sono semplicemente “vizi” o cattive abitudini: sono una forma di mancanza di libertà personale, una condizione che incatena la persona e la allontana da sé stessa, dagli altri e dalla possibilità di scegliere il bene.
Per raccontarlo, la relatrice ha condiviso un episodio forte della sua esperienza professionale: un giovane, gravemente malato, ormai vicino alla fine del suo percorso, dichiarò di voler morire “da uomo libero e non da tossicodipendente”. Una frase che ha attraversato la sala come una ferita e insieme come una luce. Perché è proprio qui che si misura il dramma della dipendenza: quando una persona non è più padrona della propria vita.
Le dipendenze cambiano volto, ma non sostanza
Uno dei passaggi più importanti della serata è stato il richiamo alla storia delle dipendenze. Le sostanze e i comportamenti compulsivi non sono una novità del nostro tempo: da sempre l’essere umano cerca modi per alterarsi, per sottrarsi al dolore, alla fatica, al limite.
Eppure oggi qualcosa è cambiato. Accanto alle dipendenze da sostanza, facilmente riconoscibili almeno in parte, si sono moltiplicate le dipendenze comportamentali: gioco d’azzardo, smartphone, social network, relazioni affettive tossiche, shopping compulsivo. Forme più silenziose, più mimetiche, spesso perfino normalizzate. Ed è proprio questa apparente normalità a renderle pericolose.
Perché ciò che vediamo dappertutto finisce per sembrarci innocuo. Ma non tutto ciò che è diffuso è sano. Non tutto ciò che è abituale è innocente.
La dipendenza non comincia dal brutto, ma dal bello
Un’intuizione centrale dell’incontro è stata questa: la dipendenza non comincia dal dolore, ma da una promessa di piacere.
La prima fase è quella che la psicologia definisce quasi come una “luna di miele”: c’è fascino, leggerezza, eccitazione, senso di appartenenza, sollievo. Questo vale per le sostanze, ma anche per il gioco, per il telefono, per una relazione affettiva che all’inizio sembra riempire tutto di senso.
Per questo l’educazione non può limitarsi a demonizzare. Dire ai ragazzi soltanto “fa male” o “non avvicinarti” spesso non basta. Perché quando poi incontrano davvero quella realtà e ne sperimentano la parte seduttiva, rischiano di pensare che gli adulti abbiano mentito.
Educare, allora, significa prima di tutto dire la verità per intero: riconoscere che esiste una parte attraente, ma aiutare a vedere anche ciò che viene dopo. Perché il problema non è il primo effetto, ma il prezzo che lentamente si paga per continuare a rincorrerlo.
Come riconoscere i segnali
La relatrice ha offerto anche criteri molto concreti per imparare a riconoscere una possibile dipendenza. Non servono formule magiche, ma uno sguardo attento e onesto.
I segnali da osservare sono soprattutto questi: la ripetizione abituale di un comportamento, il suo aumento nel tempo, la difficoltà a farne a meno, il bisogno crescente di intensificare tempi, quantità o frequenza per ottenere lo stesso effetto. Quando compare il desiderio compulsivo, quello che la clinica chiama craving, siamo già davanti a un campanello d’allarme serio.
Questo vale per il gioco d’azzardo, per l’uso dei social, per lo smartphone, per le sostanze. Vale anche per quelle forme di dipendenza che spesso le famiglie faticano a leggere, perché non lasciano subito segni vistosi ma scavano in profondità.
Il primo passo riguarda gli adulti
Forse il passaggio più scomodo, ma anche più vero, è stato questo: prima di controllare i figli, gli adulti devono interrogare sé stessi.
Non basta fare i detective, spiare i telefoni, sospettare degli amici, inseguire il “cattivo compagno”. Tutto questo può perfino rassicurare per un momento, ma non tocca il cuore del problema. La vera domanda è: che rapporto abbiamo noi adulti con le nostre dipendenze? Che cosa normalizziamo in casa? Che cosa mostriamo come innocuo solo perché lo facciamo tutti?
Se un figlio cresce vedendo genitori sempre con il telefono in mano, sempre connessi, sempre esposti a una forma di dipendenza quotidiana e legittimata, farà molta fatica a comprendere il senso di un limite. L’educazione passa dalla credibilità. E la credibilità nasce da una coerenza imperfetta ma sincera.
Informare bene, accompagnare meglio
Un altro nodo decisivo emerso durante l’incontro è la qualità dell’informazione. Sulle sostanze, per esempio, troppi adulti oscillano tra il terrorismo e la banalizzazione. Nessuna delle due strade aiuta davvero.
Serve invece una parola competente, realistica, seria. Dire che una sostanza è innocua non è vero. Ma non è utile neppure raccontarla in modo caricaturale. I ragazzi hanno bisogno di adulti che sappiano spiegare, contestualizzare, nominare i rischi senza smettere di ascoltare.
Lo stesso vale per il gioco d’azzardo e per tutte quelle dipendenze che oggi si infiltrano nella vita quotidiana con una facilità impressionante. Sono sotto casa, nei bar, nei supermercati, sugli schermi. E proprio per questo esigono una vigilanza educativa più profonda, meno moralistica e più consapevole.
Educare alla libertà
Alla fine della serata è rimasta forte una convinzione: educare alla libertà non significa proteggere i figli da tutto, né comandare ogni scelta. Significa aiutarli a riconoscere ciò che seduce e ciò che imprigiona. Significa insegnare a sostare davanti al desiderio senza diventarne schiavi. Significa offrire parole, regole, presenza, ascolto, esempio.
È un compito alto. E non si compie una volta per tutte. Richiede adulti disposti a mettersi in discussione, a guardare anche le proprie fragilità, a ricominciare.
Perché nessuno può accompagnare davvero un altro verso la libertà se non accetta, per primo, di camminare in quella direzione.
