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Pensavo alla leggenda Cherokee dei due lupi, la conoscete?

Questa leggenda – molto facile da trovare sul web e presenza costante in tanti corsi motivazionali – parla della lezione di vita che un nonno regala al suo nipotino attraverso il racconto dei famigerati due lupi.

Due lupi – narra il nonno Cherokee – si fronteggiano in uno sconto epico: uno è nero e cupo, perché fatto di rabbia, ansia, disperazione, rancore e l’altro, al contrario, è bianco e luminoso, perché costituito da speranza, pace, amore, generosità. Esistono entrambi e non sono nel folto di un bosco ma, metaforicamente, dentro ognuno di noi.

Quale vince, quale sopravvive? E, soprattutto, perché?

Il saggio nonno rivela al nipote, perché ne faccia tesoro, che a sopravvivere è, semplicemente, il lupo a cui lui darà da mangiare.

Fine.

La leggenda Cherokee dei due lupi mi gironzolava in modo inquieto nella testa proprio in relazione al concetto di “nutrimento”. La conclusione a cui arriva il nonno – che nella leggenda riveste il ruolo del saggio, del maestro, di colui che interpreta e spiega la realtà – è giusta quanto banale.

I due lupi sono perfettamente uguali, appartengono alla stessa specie e verosimilmente sono dotati delle stesse caratteristiche fisiche.  Per fronteggiarsi in uno scontro hanno bisogno di forza, energia, cibo: per avere unghie affilate, denti aguzzi, muscoli scattanti e tutto ciò che serve per primeggiare sull’altro. Ancora, banalmente, se la foresta in cui vivono i due lupi è dentro di noi – il nostro animo, il nostro cuore – ai lupi questa energia – questo nutrimento – siamo proprio noi a doverlo dare.

Semplice, semplice.

La lezione che il nonno Cherokee vuole dare al giovane nipote è quella di nutrire il lupo “bianco” attraverso pensieri, emozioni, esperienze che gli diano sempre più forza e che lo facciamo primeggiare sul rivale “nero”. Ancora, il nonno Cherokee sta svelando al nipote un segreto speciale che coincide con la sua stessa “vocazione” di vita: è sua prerogativa, suo compito – direi, meglio, sua responsabilità – farsi carico di questo atto di nutrimento.

Il lupo dentro di noi è, a tutti gli effetti, come un bambino di cui prendersi cura perché si sviluppi forte e sano.

Semplice, no?

Ora, pensando a questa storia motivazionale a me è venuta in mente una bella espressione napoletana, lingua di immediatezza senza pari, che è la seguente: è na parol!

Perchè quello che sembra facile, naturale, addirittura scontato e banale, in realtà non lo è: la nostra vita, la realtà che ci circonda ne sono un esempio eloquente. Spesso – a volte troppo spesso – nutriamo il lupo sbagliato oppure nutriamo poco e male il lupo “bianco”. Perché? Con quali effetti?

Nutrire è un atto primordiale di cura, il gesto atavico dal quale dipende la vita di un altro essere umano inerme e non autonomo che dipende, per sopravvivere e crescere, in tutto e per tutto da noi. Ed è sempre così, anche se quello a cui dobbiamo dare da mangiare è un’entità immateriale – come il lupo metaforico della leggenda Cherokee – che è dentro di noi.

Questo gesto di cura è, di per sé, tanto importante quanto oneroso. Non può essere fatto a cuor leggero. E non può essere fatto alla cieca.

Per questo, pensando alla leggenda Cherokee, che è sicuramente di grande impatto ed è fortemente inspirational io – tanto per mettere le mani avanti su quanto sia ansiosa – mi sono sentita un po’ avvilita.

I nostri schemi di comportamento, la fretta che regola le interazioni sociali, l’individualismo a cui la società ci chiama – per fare solo degli esempi – ci portano in modo automatico – e quindi dolorosamente destinato al fallimento – ad alimentare il lupo sbagliato. Spesso non è neanche una scelta consapevole, quanto piuttosto imboccare una strada già tracciata da altri – chi? perché? – con il pilota automatico attivato e, nel peggiore dei casi, una benda nera sugli occhi.

Eppure il nonno Cherokee non l’ha fatta tanto lunga ed è stato piuttosto chiaro con il nipote: dai da mangiare cose buone al tuo lupo bianco e incamminati senza timore, andrà tutto bene!

Ma come si fa?

Quando sono diventata madre la prima, sconcertante scoperta che ho fatto è stata che i due piccoli esserini che avevo tanto atteso e sognato erano venuti alla luce senza libretto di istruzioni. Assurdo, vero?

E, se da un lato, è dalla notte dei tempi che i genitori – i caregiver in generale – vanno a tentoni, seguendo un po’ il codice biologico innato, un po’ le tradizioni culturali e per il resto incrociano le dita sperando di non fare troppo danno, dall’altro c’è anche la questione del lupo dentro ognuno di noi e del suo nutrimento di cui tenere conto.

Perché quando si è responsabili di un altro appare in modo ancora più marcato ed evidente il valore dell’essere – e dell’essere stati – responsabili prima di tutto di noi stessi. Come possiamo nutrire qualcun altro – piccolo, indifeso, non autonomo, in cerca di una direzione – se non nutriamo in modo adeguato quella parte dentro di noi che ci rende forti, abili, capaci e sicuri?

Lo dicevo io che serve il libretto di istruzioni!

E, se non c’è, occorre prendersi la responsabilità – che è parte stessa dell’atto di cura – di crearne uno. Uno che valga per il momento che viviamo, per le persone che siamo, con i problemi del nostro presente.

Aprirsi agli altri, creare relazioni significative, poter contare su una rete stabile e forte è parte di questo processo. Nutrirsi per nutrire.

Faccio un esempio per i boomer come me. Ve lo ricordate il rumore di ferraglia arrugginita che faceva il modem? Eh sì, cari nativi digitali, noi vecchietti per accedere a internet dal pc dovevamo prima avviare il modem e poi collegarci: e l’operazione, oltre che lenta, era simbolicamente molto rumorosa. Ora noi, questi qui del modem che sferraglia, dobbiamo educare e guidare bambini capaci di usare funzioni del nostro smartphone di cui non conoscevamo l’esistenza, adolescenti che fanno domande a raffica a chatGPT e giovani uomini e donne che prendono ispirazione e consigli di vita dagli influencer.

E va benissimo così perché questa è la realtà in cui viviamo: serve il libretto di istruzioni per poter attraversarla in modo fruttuoso, per abitarla con consapevolezza, per non essere spodestati nel nostro ruolo dalla nostra stessa incapacità. Serve essere in grado di fermarci e dire “non ci capisco niente, devo imparare” altrimenti è come parlare in italiano con un arabo che conosce solo la sua lingua: non ci si capisce.

“L’anima, o caro, si cura con certi incantesimi, e questi incantesimi sono i discorsi belli” dice Socrate nel Carmide di Platone. E il “discorsi belli” (e utili) sono il manuale d’istruzione per noi caregiver (genitori, educatori), sono il cibo per il nostro lupo bianco che da solo sarebbe destinato a soccombere trascinando in un vortice spietato quelli che da noi prendono nutrimento.

Mi voglio far contagiare dalla ferma leggerezza del nonno Cherokee e, fidandomi di lui, credere che sia possibile: non semplice e immediato come scrollare le pagine di Instagram, ma generoso e puntuale come una cuoca premurosa che si mette ai fornelli, dopo aver selezionato con cura gli ingredienti e scelto gli utensili più adatti, per cucinare qualcosa di veramente “gustoso” e poi poter urlare, con consapevole fierezza, “è pronto, a tavola!”.

Nutrire può diventare – e questo dovrebbe essere, sempre – un gesto sacro: come quello del prete sull’altare che spezza il pane e lo offre all’assemblea come unico nutrimento di vita vera.
Nunzia Sorrentino
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