La cronaca degli ultimi giorni ci racconta di Domenico, due anni. Trapiantato ai Colli Aminei, qui a Napoli, dove ogni nostra famiglia avrà celebrato almeno una pasqua, di dolore o di rinascita. Monaldi, il Covid, le dirette a ora di pranzo. Ricordate? L’eccellenza nostrana ci inorgogliva agli occhi del Paese per le impennate avanguardiste dei medici in prima linea. Oggi la storia ha un altro tono, tutt’altro che trionfalistico: Domenico, due anni, figlio di questa terra, è volato via alle nove e venti di ieri.
E la Parola, che dice?
Il Vangelo della prima di Quaresima fotografa Gesù nel deserto. Solo e affamato. Bisognoso di tutto. Mancante. A faccia a faccia con la tentazione. Tre volte – indebolito dalla privazione – viene spinto sul ciglio dell’abisso: una voce martella tre domande impertinenti accomunate da una stessa radice: “Sei figlio di Dio? Sei figlio davvero? Sei figlio di un padre che ama?” Dimostralo.
Negli ultimi giorni abbiamo aspettato tutti col fiato sospeso il bollettino dal Monaldi e sperato in un nuovo trapianto o in un miracolo. Abbiamo supplicato una dimostrazione. Se tu sei buono, o Padre, dimostralo. Fatti vivo. E invece il cuore di pietra non s’è ammorbidito. Angeli non sono giunti in soccorso. Né una mano potente ha magicamente by-passato ogni impedimento con un colpo di spugna.
Cosa rimane?
Rimane un gran deserto, la solitudine di una famiglia spezzata dal dolore innocente. Resta il silenzio e il bisogno. E quella voce maledetta che serpeggia chiedendoci “perché?”.
Ma resta pure la fotografia di un Gesù che è li, cioè qui, adesso, nel bel mezzo del deserto: è la consolazione – magra o miracolosa, a seconda dei casi – di avere Dio con noi. Un Dio che se non ci salva dalla prova ci fa compagnia nella prova. Fino in fondo. Fino alla morte. Oltre il dolore.
